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METROPOLI di Venerdì 12 settembre 2008
L’energia
creativa di Fabrizio Pluderi
di DANIELA PRONESTI’
La conquista della libertà per mezzo dell’espressione pittorica sembra
essere il principio informatore dell’opera di Fabrizio Pluderi. Nei
suoi quadri il rifiuto di ogni elemento realistico o oggettuale e il
superamento dell’astrazione come pura entità trascendente il fenomeno,
determinano l’elaborazione di un ricercato linguaggio informale, in cui
le improvvise accensioni del dato cromatico assumono il valore di
un’incontrollata manifestazione del furore creativo.
Per Pluderi la superficie della tela non è mero supporto materico né
approdo ultimo di un processo intellettuale e di conoscenza: essa è
piuttosto lo spazio simbolico entro cui si esplicita un impulso
interiore, l’ideale scenario dell’evento artistico e al contempo la
parte integrante di un’azione, la dinamica estensione del momento
ispirativo e il luogo d’incontro tra armonie di colori e frantumazioni
di toni,e infine essa è l’attendibile manifestazione di quell’es trema sintesi che ha origine dal compromesso
tra l’urgente necessità di abbandonarsi allo slancio più schietto e la
meditata volontà di intervenire a dominare il mezzo pittorico.
La spontaneità dell’esperienza intuitiva fornisce all’artista quelle
raffinate suggestioni cui da corpo nelle sue composizioni, in cui
all’assenza di un disegno preordinato corrisponde la resa
incondizionata alla casualità del gesto, all’espressione libera,
irrazionale e immediata della più autentica sostanza emotiva.
Nei grovigli di linee,ora nervose e arrovellate, ora vibranti di luce e
di rompenti, Pluderi tenta l’affrancamento da ogni vincolo
spazio-temporale, inseguendo la possibilità di un’illimitata espansione
della propria sensibilità sulla superficie.
Da ciò deriva che le macchie, i segni e l’intero registro cromatico
presenti nei suoi dipinti diventino la rivelazione di un istinto
primordiale e di una recondita e mai sopita forza interiore che è allo
stesso tempo energia creativa e amore per la vita.
“Affioramenti”, “Incontri”, “Fusione”, “Superficie” sono titoli che pur
non offrendo alcuna indicazione descrittiva sono in grado, tuttavia, di
evocare un complicato equilibrio tra l’agire artistico e il suo
sostrato concettuale, suggerendo in tal modo allo spettatore una
possibile chiave interpretativa dell’opera.
Trai prossimi appuntamenti espositivi dell’artista si segnala
l’inaugurazione di domani, sabato 13 settembre, alle ore 18.30, di una
mostra personale presso il locale “Da Saba, bottega del panino” di Scandicci. |
| Fabrizio Pluderi - forma natura materia
Daniela Cammilli
Per chi conosca il lavoro di Fabrizio Pluderi, il nucleo di opere in mostra alla Galleria del Candelaio potrebbe quasi apparire isolato e distante/dissonante dal lessico abituale dell’artista.
In realtà chi conosce il pensiero, oltre ai lavori di Fabrizio Pluderi, non ha difficoltà a collocare tali opere nell’ambito del suo percorso artistico. E’ vero che il linguaggio più strettamente astratto ed informale subisce, in questo caso, una deviazione, ma si muove nell’ambito del “fare e del pensare” proprio dell’artista.
L’uomo, la natura e la continua ricerca di tecniche e l’impiego di materiali diversi costituiscono il fulcro pregnante del suo lavoro.
Infatti l’artista continua la sua personalissima indagine sull’individuo e ciò che lo circonda, ricerca iniziata con “Incontri” (dedicati all’umana necessità di comunicare), proseguita con “Galassie” e “Confronti” (tesi ad un’indagine più intima dell’essere), per approdare a questo ventaglio di dipinti parzialmente figurativi e quindi più immediatamente leggibili e tesi ad evocare l’uomo senza figurarlo.
“Il grande albero” che pare nascere dal magma sottostante per tendere ad una forza ed ad una presenza mai scontata; “concetto temporale-attesa”, “notturno”, “nevicata” e le altre, rappresentano il tentativo di descrivere la condizione umana di fronte al tempo, allo spazio ed ai fattori che la circondano.
Rilevante è pure l’aspetto naturalistico che coinvolge il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, già indagato con la serie “Fusioni” e “Superfici” e qui più fortemente evocato da “viole informali nel vento”, “paesaggio”, “marina”, “i fiori di Matisse” e da “natura dentro”, lavoro di lettura non semplice ed immediata ma certamente forte e concettuale: una sorta di finestra ideale e virtuale che, con fattezze di siepe, dà sulla natura esterna che si confonde con la finestra stessa.
Da un punto di vista tecnico-espressivo, l’artista prosegue il percorso di ricerca estetica sui materiali, impiegando e tentando di armonizzare la pittura ad olio con i colori acrilici, le paste di gesso con le sabbie, la foglia oro con la cenere ed i piccoli pezzi di carbone.
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Fabrizio Pluderi – pittura senza limiti
Simone Innocenti
Talvolta capita. Capita di incrociare un artista diverso: Fabrizio Pluderi, 41 anni, fiorentinissimo; il suo atelier è colmo di lavori pittorici, emana odori di vernici, pigmenti, olio e diluenti, trasuda di sensazioni e vita vissuta".
Il suo sito internet è scarno. Lui, sul suo portale, dice di sé: «Lavoro spinto unicamente dalla necessità di continua ricerca e per questo in perenne evoluzione come un cantiere sempre aperto: ricerca nell’ambito della pittura astratta ed informale nel tentativo di coniugare forme e geometrie, linguaggio espressivo e tecniche pittoriche diverse. Tentativo che trova spesso rispondenza nei titoli delle sue opere, quali incontri, superficie, fusione».
Cesella poche parole, perché di parole — per la verità — ne sono piene le sue tele. Le macchie di colore sono quasi saggi di un carattere, quello dell’artista, che vorrebbe conficcarsi in un linguaggio informale. Qua Burri e Fontana, forse i maitre à penser che Pluderi cita in maniera sorniona, vengono decuplicati, interiorizzati, metabolizzati, digeriti e — ovviamente — superati. Il percorso di Pluderi, ad esempio, porta a fissare geroglifici inspiegabili (il seme della scrittura) su tele totemiche, quasi che comunicazione e visione fossero un unico parto.
Se per caso lo spettatore pensa di rilassarsi di fronte alle opere di Pluderi, forse qualcosa non va. I lavori di questo artista necessitano, probabilmente, di una buona dose di ironia e di un’immensa sintesi di delicatezza. Le mani di Pluderi sono quelle di un bambino che, dispettoso, sforna concetti notturni, pozioni colorate ed emozioni ataviche. Si guarda ovunque, insomma, per guardarsi intorno. Per guardarsi, soprattutto, dentro.
Il pittore incastra tele, quasi che la realtà — proprio materiale — sia un puzzle da comporre, come se la lezione di Picasso — in qualche maniera — si centrasse non soltanto nell’originare una visione oggettivamente deformata ma, anche e proprio per questo motivo, nella somma di incastri temporali. A volte le sue opere sembrano il resto degli oblò di caravelle picaresche, quei pezzi che i maestri d’ascia abbandonavano sul luogo di lavoro. È questo che sembra Pluderi, che si trascina dietro di sé anche un’altra forza, quella del bello. C’è una cura nel colore che può essere scambiata, oggettivamente, per la mano di un designer; è semmai questo civettare con la tavolozza che si incolla silenzioso.
In questa mostra alla galleria d’arte Benvenuti (forse uno dei pochi luoghi in città dove gli artisti contemporanei possono trovare un palco tutto per loro), i lavori di Pluderi vivisezionano lo spazio, quasi lo annullano per la verità. È Magritte che va in vacanza, insomma, dai suoi tormenti. Ed è Pluderi che si diverte a sfiorare, accennandoli, i temi dell’inconscio, del sonno, della prima emozione colorata, del primo bacio, della scrittura impellente, della sovrapposizione degli spazi.
Non è per nulla astratto, Pluderi. È un uomo concreto, invece, che domina la materia per non esserne sopraffatto: è in questa lotta, che affronta con ironia, che dai suoi lavori emerge fondamentalmente una inquietudine vasta, vastissima, quasi ossessiva. Per usare le parole di Picasso, se «i colori, come i lineamenti, seguono i cambiamenti delle emozioni», allora le emozioni di Pluderi sono un carillon che turbina nottate insonni ed echi di spiaggia. In questa nuova produzione non si vede quello che lui ha già dipinto svariate volte: l’albero, un elemento alchemico, quasi iniziatico, che si pretende fermo ma che invece continua a infestare le sue opere. Messe assieme, le sue tele, sono braccia di un unico tronco che ha radici in quelle mani che continuano a investigare la vita.
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